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Home Commento alla Storia di Agar

La storia delle due donne Sara e Agar manifesta il senso della storia di Abramo. Egli, man mano che va avanti negli anni, si rende conto che non gli è dato tutto, e tanto meno gli è dato tutto subito, come desidererebbe per il compimento delle promesse che Dio gli ha fatto.

Il problema principale dell’intera narrazione è che Abram e Sarai stanno già perdendo la speranza e non sanno più attendere che Dio realizzi le proprie promesse. Attraverso la storia di Agar, Abramo scopre la via misteriosa di Dio e comprende che Egli può dare risultati positivi anche per mezzo di vicende che agli occhi umani sono svianti. Il racconto ci dimostra come tra la storia della salvezza e la grande storia dell’umanità esista un rapporto, una misteriosa intesa, perché solo Dio ne comprende i significati. La fede richiede una perseveranza che spesso va oltre il senso comune e si scontra con tutte le normali interpretazioni dei dati presenti.

Si comprende così, inoltre, che la storia umana non è abbandonata a se stessa, se è vero, com’è vero, che Dio ha scelto una storia per rivelare il suo amore. Dio non ha dimenticato Abramo, anche se ritarda la realizzazione della sua promessa. La storia che esaminiamo sembra iniziare con un tono di sfiducia nei confronti di Dio e, secondo questa tonalità, avrebbe potuto concludersi con la fuga di Agar. Dio, invece, riapre la storia ridando una speranza per il figlio di Agar. Nella storia di Agar e di suo figlio Ismael si può così intravedere il compimento della storia della salvezza, la piena e definitiva rivelazione delle intenzioni di Dio.

L’analisi narrativa di questo racconto che segue mette in luce come Dio agisce misteriosamente sulle vicende umane e come manifesta la sua benevolenza verso l’uomo anche se questi vorrebbe mettersi al posto di Lui.

DELIMITAZIONE DEL TESTO

Il racconto in esame si inserisce nel grande ciclo di Abramo. L’insieme di questo ciclo è integrato da due genealogie: Gn 11,27-32; Gn 25,1-18. Risaltano in primo piano le promesse di Dio per la discendenza, generate dalla notazione circa la sterilità di Sara  (11,30)  e quindi la centralità della “promessa” per il ciclo di Abramo. Strettamente collegate a questo tema, sono i racconti di promessa: 12,1-3; 13,14-17; 15,1-6. 7-21; 17; 18,1-16a; 22,15-18. In questi racconti potremmo scorgere una duplice attenzione: il superamento della sterilità di Sara per acquisire finalmente un erede e, in seconda istanza, un interesse riguardante la discendenza abramitica di un popolo numeroso.

Nella prima parte della vicenda di Abramo domina il problema della discendenza promessa da Yhwh desiderata da Abram. Il capitolo 15 si chiude con una promessa di Dio ad Abramo, questo si apre con la constatazione che tale promessa ritarda il suo compimento.

A questo punto si inserisce il nostro testo, Abram ha creduto al Signore sul fatto che il suo vero erede non sarà Eliezer, ma gli anni passano, Abram è ormai in età avanzata, come Sarai, e non hanno ancora l’erede. La coppia, che prima aveva pensato all’adozione di Eliezer, ricorre ora a un altro espediente umano, escogitato in base al diritto vigente e comune nell’antico Medio oriente, secondo il quale una moglie sterile poteva ricorrere a una schiava per avere una propria discendenza

 IL TEMPO DEL RACCONTO

Nel racconto si susseguono sommari  (TS>TR) e scene (TS=TR) . Il racconto inizia con un sommario che ci dice della sterilità di Sarai. Il versetto 3 è un sommario che prende atto della decisione di Sarai di dare Agar in moglie ad Abramo. Questo versetto contiene anche un’ indicazione di tempo: «al tempo di dieci anni da quando Abram abitava nel paese di Canaan», con cui il narratore, usando un‘elissi, non ci dice nulla degli avvenimenti del periodo intercorso con i precedenti già riferiti. Al narratore, evidentemente, non importa raccontare ciò che ha fatto Abram nei primi dieci anni della sua vita a Canaan, ma quello che gli interessa è solo sottolineare il fatto: dopo dieci anni la promessa ancora non si è realizzata.

Analisi narrativa

 

Nell’applicare lo schema quinario alla trama del nostro racconto, lo possiamo suddividere in:

Esposizione v. 1

Inizio dell’azione. vv. 2-4a

Complicazione....... vv. 4b-6

Climax..................... v. 6

Risoluzione............ vv. 7- 14

Conclusione........... vv. 15-16

 

Esposizione (v. 1)

Il v. 1 illustra subito il problema che spicca nell’intera vicenda e stabilisce così una vera introduzione rispetto a tutto il testo. Il primo versetto presenta una struttura concentrica, in cui al centro sta la sterilità di Sarai, in quanto tale situazione, sembra compromettere le promesse divine di una numerosa discendenza. Questo rappresenta il punto di partenza della narrazione.

Non avere figli è un disonore e anche un castigo, quando non un segno della maledizione divina (2Sam 6,23)  che porta alla morte vera; perché un figlio è visto come il prolungamento della vita dei genitori che attraverso di lui, rimane in esistenza anche dopo la loro morte. È interessante notare come qui il narratore, adottando un punto di vista esterno rispetto ai protagonisti, non attribuisce a Dio la colpa di non aver dato figli a Sarai, mentre Sarai al v. 2 attribuirà al Signore questo impedimento.

A= Sarai

B =moglie di Abram

C= non gli aveva dato figli.

B1=Avendo però una schiava egiziana

A1= chiamata Agar.

Nell’esposizione vengono così inserite due donne molto diverse e importanti nella vita di Abram: Sarai, della stessa tribù di Abram, è sua moglie, donna ricca e bella, ma sterile e ormai anziana; Agar è una straniera, schiava, povera, trattata come un oggetto, ma, come si vedrà nel seguito del testo, è feconda e quindi sicuramente più giovane, il nome Hagar sembra richiamare il termine ebraico ger, cioè “straniero”.

Il primo versetto funziona, quindi, da esposizione del racconto in quanto presenta subito la situazione in cui troviamo i protagonisti e presuppone già delle informazioni circa i personaggi che si muovono nel racconto. Ancora non compare Dio, in quanto personaggio di cui tutti gli altri si sono dimenticati ed è questa dimenticanza che fa sentire il problema del racconto: la mancanza di un figlio; solo al v. 7, nella risoluzione, interviene Dio.

 

Inizio dell’azione (vv. 2-4a)

Nel v. 2 Sarai prende l’iniziativa e con il suo discorso diretto ad Abramo, cambia nettamente la propria figura nel racconto del che finora è stata presentata solo con un ruolo passivo nel ciclo di Abramo. Il racconto si sviluppa con la lagnanza di Sarai che, rivolgendosi al marito, attribuisce la propria condizione di sterilità a Dio e decide di osteggiare questa disposizione divina ricorrendo a una soluzione umana.

Il discorso di Sarai è carico di significato e di contenuto. Con la premessa “Ecco” ricapitola l’iter del matrimonio tra Abram e Sarai, che ha portato a questa decisione; non si dice nulla del loro dolore e dell’amarezza lungo questo tempo. Sarai, poi, nel riferirsi ad Agar, non la nomina e non usa espressioni quali “dare figli” o “partorire”, ma il verbo avere o l’ebraico bnh ‘edificare’, ‘costruire’. I figli, dunque, sono considerati da Sarai come un possesso con cui ricevere, anzitutto e sopratutto, la propria promozione e grandezza. A questo fine, dunque, devono servire la sua schiava e il figlio che questa partorirà eventualmente e che apparterrà non alla sua “madre biologica”, ma alla padrona di questa.

L’azione di Sarai era legittima, perché, all’epoca, nel caso di sterilità della moglie, il figlio nato dalla schiava era considerato come figlio della padrona. La schiava partoriva “sulle ginocchia” della padrona e così il bambino simbolicamente nasceva quasi dal grembo stesso di lei  (Gn 30, 3) . Dal punto di vista dei costumi e del diritto del tempo, quindi, la proposta di Sarai rientrava perfettamente nell’uso. Le complicazioni implicate da questa scelta, poi, creeranno un’opportunità per restaurare legami tribali tra due gruppi diversi.

Qual è la risposta di Abram? Egli, alla richiesta di Sarai non dice assolutamente nulla, non un “no” né un “sì”, nemmeno una parola per rispondere; il narratore si limita a dire che ascoltò l’invito di Sarai e questa scelta letteraria dimostra che la presenza di Abram, in questa parte della narrazione, non è tanto importante quanto quella delle due donne. Ascoltare la voce di qualcuno significa “obbedire”. Abram, quindi, obbedisce all’ordine della moglie ricorda il rimprovero fatto ad Adamo da Dio per aver ascoltato la voce di sua moglie  (Gn 3,17) . Il verbo “ascoltare” è già un’allusione al nome del bambino che nascerà  (v. 11) . Subito si delinea agli occhi del lettore anche l’ atteggiamento di Abram nei confronti di Dio: l’ascolto e la disponibilità senza obiezioni  (cfr. ad es. Gn 12,1-4; 15,6; 22,1) .

Il v. 3 utilizza la tipica formula giuridica usata per la conclusione di un matrimonio in quel tempo. Nessuna parola viene rivolta ad Agar, non viene chiesto il suo parere. Né da Sarai, né da Abram, Agar è chiamata per nome, entrambi la trattano come una proprietà e ciò è reso più evidente dall’uso dei verbi “prendere” e “dare”: Agar, pur essendo data “in moglie” al capo-clan, rimane sempre nella condizione di schiava. Legalmente, tuttavia, non diventa una concubina di Abram, ma veramente sua moglie, esattamente come Sarai.

Il v. 4 include in un sommario il tempo che passa dalla decisione di Sarai alla scoperta delle gravidanza di Agar. Sebbene non sia narrato come sia avvenuta l’unione tra Abram e Agar, si può ammettere che non abbiano avuto solo un rapporto sessuale, ma vi sia stata una vera intimità tra loro due, per cui Sarai ha davvero dovuto dividere suo marito con un’altra donna. Il narratore, con una prospettiva interna, ci mette a conoscenza del cambiamento dell’ atteggiamento di Agar nei confronti di Sarai. È un dato di fatto, ormai: Sarai, per “costruirsi”, si è dovuta umiliare. Ella non aveva previsto che Agar, diventata moglie-sposa e per di più incinta, divenisse consapevole di essere ormai superiore alla padrona.

 

Complicazione (4b-6)

Qui cambia la situazione: fino a questo momento Sarai aveva dominato il racconto, ma ora si sposta il ruolo del personaggio e Agar prende il posto centrale in tutta la narrazione successiva.

Agar diventa superba e si sente superiore alla sua padrona, cercando quasi di dominarla, come suggerisce Sarai parlando di “offesa” nel v. 5. Di conseguenza, Sarai si rivolge ad Abram in quanto Agar, nella sua nuova condizione di moglie, è nelle mani di Abram.

Il tema di sterilità, nella Bibbia ha una portata teologica speciale, in quanto esalta un particolare intervento divino nel dare vita a un personaggio di eccellenza, ma è anche un tema che evidenzia le rivalità, come avviene in questo caso. Il tema del contrasto tra la moglie sterile e moglie feconda s’incontrare anche più in avanti in Genesi, nel ciclo di Giacobbe, con la rivalità tra la sterile Rachele e la genitrice Lea (Gn 29,31- 30,24) e nel primo libro di Samuele dove Peninna, seconda moglie di Elkana, affligge Anna, la prima moglie sterile (1Sam 1).

Nel v. 5, ancora secondo un punto di vista interno, Sarai chiede ad Abram di intervenire per giudicare la situazione e si appella a Dio come giudice. Per Sarai, Agar tenta di cambiare l’ordine sociale descritto nel v. 1. La parola usata al v. 5, hāmās, è un termine giuridico che indica un’offesa verso il diritto personale altrui, spesso operata anche con l’uso della violenza fisica e motivata dall’invidia e dall’odio.

A questo punto, nel v. 6, Abram parla per la prima volta in questo racconto, ma rinuncia a compiere un intervento personale, rimandando il caso a sua moglie e ristabilendo così il suo diritto iniziale. Il v. 6 viene così a costituire il climax della narrazione: la reazione di Sarai alla presunzione di Agar riduce quest’ultima in una situazione drammatica, spingendola alla fuga verso il paese natio. Secondo il diritto babilonese del codice di Hammurabi, una serva che ha un figlio dal padrone e che si dà per questo vantaggio rispetto alla sua padrona, deve rientrare ed essere riportata allo stato di schiava (cfr. Pr 30,23) . Agar, così, non gode più della sua alta posizione e viene maltrattata dalla sua padrona, Sarai. Ciò la obbliga ad allontanarsi. Il verbo “maltrattare” comprende in sé il senso di un’oppressione dura e severa; ecco perché Agar fugge per salvare la propria vita dalla padrona, ma allo stesso tempo mette in pericolo la vita del bambino nel suo grembo che deve nascere.

Qui è il punto di maggiore tensione narrativa, perché il lettore si chiede spontaneamente dove andrà e cosa succederà ad Agar e al bambino? Ma il racconto continua e il narratore, abilmente, porta il lettore a un atteggiamento di simpatia verso Agar.

S’inserisce qui la seconda scena del racconto che narra ciò che succede ad Agar subito dopo e per da soluzione delle domande suscitate nel punto di tensione.

 

Risoluzione (vv. 7-14)

In questa parte del racconto c’è un’ellissi, perché non viene presentato il modo in cui è arrivata Agar nel deserto. Dopo la descrizione del luogo dove ”l’Angelo del Signore“ le appare, viene subito il dialogo tra Agar e il l’angelo, secondo lo schema letterario della scena-tipo dell’annunciazione di un eroe.

Il narratore, ora, secondo un punto di vista onnisciente, introduce un nuovo personaggio con cui ha inizio l’intervento attivo di Dio nel racconto. L’intervento divino è il centro della narrazione in una modalità finora sconosciuta nel Genesi. Difatti, Agar è la prima persona nella Bibbia a essere visitata dall’angelo del Signore e l’espressione ”l’angelo del Signore“ compare qui per la prima volta nella S. Scrittura.

Il deserto dove Agar ormai si trova non è lontano dal sud est dell’ Egitto, vicino a una sorgente d’acqua, ”sulla strada di Sur“. Il termine sur muro in egizio, quel genere di recinsione che gli Egiziani costruivano alla frontiera orientale, verso il deserto, per proteggere il territorio dalle invasioni e razzie dei beduini. significa

Qui, per la prima volta, Agar si sente chiamata per nome e, interpellata, parla. Ella riconosce in colui che parla un messaggero di Dio, ma, come si vede nel successivo v. 13, in questo messaggero è Dio stesso che si manifesta in forma visibile a una persona. In realtà nel racconto non c’è una chiara distinzione fra l’angelo e Jhwh stesso: al v. 13 l’angelo è identificato apertamente con il Signore.

Il fatto che l’incontro sia avvenuto presso una sorgente carica l’avvenimento di ulteriori significati. Difatti, per il Vecchio Testamento, la “sorgente” è un luogo dove si sperimenta l’assistenza di Dio quando l’uomo giusto è in difficoltà  (Gd 15,19) . Nella lingua ebraica il termine `ên ha due significati “sorgente” e “occhio”  (Es 21, 26; Sal 33, 18) : la sorgente è, così, il luogo dove l'occhio del Signore è sopra coloro che lo temono, su quelli che sperano nella sua misericordia.

Il deserto in cui si trova questa sorgente è anche luogo dell’incontro simbolicamente significativo: Agar, donna in attesa di un figlio è nello stesso deserto dove la discendenza d’Israele con l’esodo esperimenterà il continuo intervento di Dio per poi diventare Popolo Suo.

L’angelo si rivolge ad Agar che si trova in una situazione disperata, facendole due domande: sul suo passato e su quel suo avvenire che le crea una difficoltà. Agar risponde con audacia alla prima domanda, mentre alla seconda no. L’angelo risponde, però, alla seconda domanda ribadendole il ccomando di ritornare dalla sua padrona, Sarai. Perché l’angelo rimanda la schiava maltratta dalla sua padrona? Il motivo per cui è dato questo comando è la volontà divina di assicurare un futuro sicuro a quel bambino, perché solo se nascerà in casa di Abram potrà essere riconosciuto come suo figlio legittimo. La decisione dell’angelo, inoltre, dà importanza allo status sociale e alla necessità di rispettarlo.

Poi, l’angelo promette ad Agar di moltiplicare la sua discendenza. La promessa fatta ad Agar è quasi identica a quella fatta ad Abram e più tardi rinnovata ad Isacco e Giacobbe. Quello che ad Agar è annunciato è un passaggio dal pericolo alla certezza; è un processo di peripeteia.

Nei vv. 10-12 si inserisce una scena tipicamente veterotestamentaria: l’annunciazione di un figlio. Quella di questo racconto è la prima annunciazione di una nascita cui seguiranno diversi esempi nella Bibbia come: Gn 17,19; Gdc 13,5.7; Is 7,14-17; Mt 1,20-21; Lc 1,13-20.26-38. In ogni caso questi racconti presentano uno schema e degli elementi comuni. Si tratta sempre di una nascita umanamente impossibile, perché la donna è troppo anziana, sterile o per altre ragioni. L’annuncio, sempre fatto da un messaggero di Dio come l’angelo, comprende sempre tre elementi: la costatazione che la donna è incinta e partorirà un figlio, la menzione del nome del futuro bambino e il ruolo importante che avrà per il suo popolo.

Agar la straniera è la prima nella Bibbia a ricevere questo annuncio. Ciò che salta all’occhio è che qui Agar sa benissimo di essere incinta (v. 4) , il messaggero di Jhwh sembra ratificarlo anche se frutto di un mezzo umano.

Il nome del bambino, Ismaele, significa “Dio ha ascoltato”, ma non nel senso che abbia “ha ascoltato la voce” di Agar che non gli ha rivolto alcuna supplica, ma per il fatto che Jhwh ha ascoltato sua sofferenza, come fosse una invocazione tacita. Il figlio che nascerà è ritenuto capostipite di un popolo che non conoscerà la schiavitù che sua madre ha esperimentato.

Si conclude questa sezione con due eziologie. La prima: non si parla più dell’angelo o messaggero di Jhwh, ma Jhwh stesso, è l’unica volta in cui viene dato un nome a Dio stesso. Agar chiama Jhwh letteralmente: “Tu sei El Ro’î”. Il nome può significare “Dio della visione” o “Dio vede”. La seconda eziologia è il nome del luogo, infatti, lo chiama “il pozzo del vivente che mi vede”.

 

Conclusione (vv. 15-16)

Gli ultimi due versetti costituiscono la conclusione di tutto il racconto con un’ellisse. Il narratore, infatti, non ci dà notizia di come sia andato il ritorno di Agar in casa di Abram e di come è stata accolta dalla sua padrona e da Abram. È un arco di tempo nel quale sicuramente sono successe diverse cose.

Abram, invece, che in tutta la narrazione ha avuto un ruolo secondario, torna ad occupare il centro della scena. Il racconto cominciato con “Sarai, la moglie di Abram, non gli aveva dato figli” termina con “Agar partorì ad Abram un figlio”, si forma così una perfetta inclusione: Sarai che voleva “costruirsi” per mezzo del bambino per riacquistare la sua dignità, scompare dalla scena e il figlio non viene dato a lei, ma ad Abram.

 

CONCLUSIONE DELL’ANALISI DEL TESTO

Il racconto appena analizzato suscita nel lettore una grande stima del modo in cui Dio riesce a convertire una situazione critica, cambiandola in una situazione di speranza. Il problema principale della narrazione è il fatto che Abram e Sarai non sono disposti ad attendere che Dio realizzi le proprie promesse.

La narrazione inizia, infatti, presentando il problema della sterilità di Sarai che ricorre una soluzione umana per avere la discendenza. Un mezzo umano che renderà più complicate altre vite, come quella di Agar e poi del figlio di lei, Ismael. Dio, però, rettifica la situazione, il racconto sembra che si conclude con un fallimento perché non è andato come Sarai avrebbe pensato, Dio interviene in queste vicende umane: va incontro ad Agar che, dopo essere fuggita dalla padrona che l’angariava, vaga sola nel deserto, dove sarebbe morta con il nascituro; Egli si mostra benevolo verso i bisognosi e appassionato per il bene dell’uomo, sebbene questi vada contro la Sua volontà. Agar, comunque, docile alla voce divina, ritorna dalla padrona, anche se in seguito da questa sarà cacciata definitivamente dalla casa di Abramo insieme al figlio Ismael  (Cfr. Gn 21,8-21) . Questo ritorno, in ogni caso, entra a far parte degli avvenimenti relativi al compimento della promessa di Dio su Abram e poi segnerà anche la vita del popolo eletto.

Questo racconto, benché antico, è attuale nella realtà umana. Dio s mantiene fedele alla linea di condotta dimostrata in Gn 16 e tuttora continua a entrare nelle peripezie della storia dell’uomo. Egli è il Dio che non si stanca di aiutare l’uomo e sempre chiama chi ha smarrito la strada a ritornare da Lui e si lascia trovare a chi Lo cerca. Ma è anche un Dio fedele alle promesse e geloso di chi sceglie, che chiede l’uomo di amarlo sopra ogni cosa e di fidarsi di Lui: questo Egli chiede ad Abram e Sarai, nonostante ritardi  (pedagogicamente?)  nel realizzare le promesse che aveva loro fatte. Quest’amore divino ingloba tutto l’essere dell’uomo, chiede altrettanta fedeltà, pur conoscendo la sua limitatezza creaturale: è necessario aver fede in Lui, affidarsi totalmente al suo progetto d’amore, riuscire a coltivare una perseveranza che va oltre alla mentalità umana contando solo sulle promesse di questo Dio.

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